Civita di Bagnoregio

Un viaggio dell’anima attraverso Civita di Bagnoregio

Primavera. Nell’aria aleggia il risveglio, in me, per antitesi, la voglia di sonnecchiare serenamente in uno spazio-tempo fuori dall’ordinario, lontano e lento. Roma freme, come sempre, superbamente consapevole di quell’incanto che oggi non riesco a cogliere, di quella bellezza che fino a ieri ho decantato con sommessa riverenza e con il timore che ogni parola, non rendendole giustizia, le potesse infliggere una ferita invisibile. Ma tra noi oggi non c’è armonia né complicità. È una torre di babele in cui nessuno parla il mio idioma.

Una rivista di viaggi mi aiuta nella scelta, immediata a dire il vero: Civita di Bagnoregio, uno tra i più piccoli e remoti borghi del nostro Paese, “la città che muore”. Roma può star stretta per la sua enormità, concedetemi l’ossimoro.

Prendo la mia utilitaria e mi lascio la città alle spalle continuando a chiedermi il perché di tale rottura. Giunta tra i silenziosi calanchi che attorniano il borgo, la risposta inizia a farsi largo fino a concretarsi, in tutta la sua elementarità, quando scorgo poche decine di case arroccate su uno sperone tufaceo che sembra fondersi e confondersi con esse e muovo i primi passi, rigorosamente a piedi, su quel sottile ponte che porta a Civita: come un cordone ombelicale, una scala per il paradiso, quell’unico collegamento col resto del mondo, da cui oggi voglio prendere le distanze, lascia l’animo sospeso in un tempo che nessun orologio è in grado di misurare, in uno spazio così irreale ed effimero che l’occhio percepisce a fatica, incapace di decifrarlo.

Varco la porta di Santa Maria, verso il mio paradiso, qual rassicurante porto che la mia anima attende, quella serenità di cui il luogo è portatore. Ecco la causa del mio volontario esilio da Roma. Davanti ai miei occhi si dischiude un borgo cristallizzato, sospeso nel tempo: case di tufo che il sole, quando fa capolino dalle nuvole, tinge d’oro, strade acciottolate che denunciano il peso degli anni, bifore su cui s’intrecciano rami d’edera, tanti fiori, poche anime in giro e nessuna automobile. Gli spazi intimi e un silenzio assordante, spezzato solo da un vento leggero che dirige l’orchestra degli alberi, amplificano i sentimenti e gli stati d’animo, destabilizzando il mio già precario equilibrio, come il suo del resto.

Le sue ferite sono tangibili, più delle mie: terremoti, erosioni e smottamenti hanno depauperato gran parte del suo suolo, riducendo all’essenziale il borgo. Un’essenza incantevole però la sua: ogni angolo surclassa la potenza evocativa delle immagini e delle parole di quella rivista eppure non è l’Eldorado. Dov’è la mia terra promessa?

Ogni passo nel borgo è un pensiero che attraversa la mia mente, una voce a cui quel silenzio costringe a dare ascolto, un sentimento che non può essere sottaciuto, un urlo che, con questa fuga, ho tentato invano di eludere: che ingenua, la vera evasione è mentale! Rassegnata permetto che le elucubrazioni prendano il sopravvento, lascio che percorrano me mentre io percorro stretti vicoli popolati da gatti. Scandaglio gli angoli più remoti della mia mente e del paese, spazi che pensavo di conoscere e padroneggiare con maggior disinvoltura.

Torno a Roma. Ho avuto risposte ad alcuni quesiti, altri aspettano nuovi scenari per essere sciolti, altri ancora, forse, resteranno insoluti ma incessante è il mio desiderio di scoprire nuove prospettive per guardare il mondo che mi circonda e quello custodisco dentro di me.

Il mio è un viaggio dell’anima.

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