Marc Chagall

Cubismo, Fauvismo, Surrealismo? Direi piuttosto fiaba, magia e simbolo. Milano, fervente e impaziente per Expo 2015, ospita nel consueto e accogliente spazio delle grandi mostre, Palazzo Reale, la più grande personale mai dedicata all’artista in Italia.

Duecentoventi opere, disposte cronologicamente, danno vita ad una notevole retrospettiva che tinge la capitale Meneghina di quel colore audace e spregiudicato di cui la città può talvolta sembrar carente.

Chagall sperimentò, attraversò e fece proprie tutte le avanguardie senza essere sopraffatto da nessuna di esse. Il suo stile resta unico, poetico e magico. Allo stesso modo assistette, talvolta non da semplice spettatore, alle più grandi atrocità del suo secolo senza essere soggiogato neppure da queste. Le due guerre mondiali, il nazismo e le persecuzioni contro gli ebrei hanno profondamente scosso e plasmato la sua anima eppure le sue opere, nonostante ne mantengano traccia e nascondono talvolta le tragedie stesse nel dipinto, vibrano di vita, di colori audaci e di poesia. Chagall continua ad amare l’umanità, a stupirsi di essa per la potenza della spiritualità e dell’amore.
I suoi dipinti sono popolati da fiori e animali, simboli magici e mistici che racchiudono il movimento ascensionale verso il bene, verso un mondo in cui fa da padrone l’amore, tra uomo e donna così come tra popoli.

Marc Chagall è esso stesso espressione della fusione di culture: quella ebraica, da cui proviene, quella russa, in cui in larga parte vive, e quella francese, terra d’adozione e dalle cui avanguardie trae ispirazione.

Un artista che, in quella babele del Novecento, parla una lingua universale e, per questo motivo, è tuttora amato da tutti, tanto dagli addetti ai lavori quanto dai profani d’arte. Il suo linguaggio è semplice nonostante la sua poetica sia complessa. Il rischio è quello comune a tutti gli artisti che, come lui, hanno raggiunto un più ampio pubblico rispetto a Severino Belotti (“chi è costui?” si domanderanno appunto molti di voi): essere banalizzato e stereotipato.
L’arte però, al pari di un buon piatto, può essere apprezzato da tutti i palati, tanto da uno chef stellato quanto da me, seppur con una consapevolezza e sensibilità diversa.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *